Industria chimica: la crisi energetica non è ancora superata

In un Paese a forte vocazione manifatturiera, come l’Italia, la chimica – con un valore della produzione di oltre 66 miliardi  di euro nel  2022 – rappresenta la quinta  industria (dopo alimentare, metalli, meccanica, auto e componentistica) e un  fornitore indispensabile per tutte le filiere produttive. Le circa 2.800 imprese sul territorio nazionale occupano oltre 112 mila addetti altamente qualificati. Dopo aver dimostrato  grande capacità  di  reazione  alla  pandemia, l’industria chimica  risulta tra i settori  più  penalizzati dalla crisi  energetica in  un  contesto che, nel corso del 2023, vede anche l’indebolimento della domanda. Il rientro dei costi dai  picchi del 2022 rappresenta un sollievo, ma la crisi energetica non può dirsi superata.

Il  prezzo del  gas, che  si  riflette  anche  sull’elettricità, si  mantiene  su  livelli  superiori al pre‐crisi (più che doppi nella  media dei primi 9 mesi) e alle altre aree  geografiche  (oltre  il  triplo  rispetto agli  USA) in  presenza  di  rischi al rialzo  con  l’avvicinarsi  dell’inverno. Per effetto  dell’accelerazione impressa dall’Europa  agli obiettivi  di  riduzione  delle emissioni,  anche il costo dei  permessi per le emissioni di CO2 nell’ambito del sistema ETS è salito dai 25 euro del 2019 ad oltre 85 euro nella  media del 2023 in presenza di compensazioni dei costi indiretti legati all’elettricità solo parziali in Italia a causa dell’insufficienza dei fondi disponibili (nel 2021 erogazioni pari al 24% per i settori ammessi).

Per contenere i rincari di costo, le imprese chimiche stanno utilizzando ogni leva disponibile – inclusa,  ove  possibile,  la  sostituzione  del  gas  naturale  con  combustibili  alternativi e  la riformulazione  dei  prodotti – oltre ad investire con convinzione nella cogenerazione, nelle  rinnovabili e nell’economia circolare. Tuttavia, l’integrale  sostituzione  dei  combustibili  fossili (petrolio  e  gas  naturale)  – impiegati dalla chimica non solo come fonti energetiche ma anche come materie prime – è allo stato  attuale irrealizzabile. Prima dello shock energetico – considerando entrambi gli impieghi – il costo  dell’energia aveva un’incidenza sul valore della produzione pari al 14%, la più elevata nel panorama industriale e con punte ben più elevate per alcune produzioni. La domanda risulta in diffuso arretramento e non evidenzia segnali di ripresa. Tra i principali settori  clienti, le costruzioni scontano una decisa frenata, dopo il boom del 2021‐2022, ma i volumi di attività  risultano in calo anche in ambiti meno ciclici come l’alimentare. Mostrano andamenti più positivi solo i  settori  che  beneficiano  ancora  di  spazi  di  rimbalzo  post‐pandemico,  quali  la  cosmetica e  l’auto  (quest’ultima più per la normalizzazione delle catene di fornitura che per effetti di domanda).

La  chimica è in contrazione in tutta  Europa  con  un  andamento  particolarmente  penalizzante in Germania (‐14% in gennaio‐agosto) che rappresenta per l’Italia il primo partner commerciale (quota  sull’export pari al 13%). Domanda debole e profonda incertezza – anche in un’ottica di medio termine – rendono concreti i rischi di razionalizzazione di alcune produzioni ad elevata intensità energetica. La specializzazione italiana nella chimica  delle  specialità  e  di  consumo  (quota  di  produzione  settoriale pari al 61% a fronte del 45% a livello UE) rappresenta un fattore di relativa tenuta, anche  alla luce del rientro delle quotazioni del gas su livelli più gestibili, ma non sgombra il campo dalle preoccupazioni. La filiera è strettamente interconnessa, di conseguenza l’indebolimento delle fasi a  monte danneggia anche le attività a valle. A fronte di una contrazione nei primi otto mesi (‐9,6%) amplificata dal confronto con una prima parte dello scorso anno ancora su buoni livelli e dal decumulo delle scorte, si stima per l’intero 2023 un calo della produzione chimica in Italia del 9% con un recupero nel 2024 modesto (+1%) e soggetto a rischi  al ribasso in relazione all’evolvere dei costi energetici e del quadro economico complessivo.

Federchimica

Il 2022 ha visto un rilevante peggioramento del deficit commerciale della chimica in Italia come effetto della crisi energetica e del divario competitivo rispetto ai principali concorrenti  internazionali. Anche a livello europeo il surplus si è fortemente ridimensionato (2,6  miliardi di euro rispetto ai 35,8  miliardi  dell’anno precedente). Nell’anno in corso si assiste ad  un  miglioramento ma non una normaliz‐ zazione  della  bilancia commerciale (riassorbita  circa la metà  degli oltre 6 miliardi di aggravio sperimentati nel  2022  rispetto al  2021). La correzione dell’import  (‐12,3% in valore nei primi sette mesi dopo il +29,4% dello scorso anno) riflette non solo il parziale rientro dei costi energetici, ma anche l’indebolimento della domanda interna. La quota di import dalla Cina, pressoché raddoppiata  nel 2022, non vede un significativo ripiegamento. Anche l’export italiano di chimica perde terreno (‐7,0% dopo il +20,1% del 2022) risentendo di una domanda industriale debole a livello mondiale e in  calo soprattutto nel mercato europeo.

L’industria chimica è essenziale non solo per la  tutela della salute – come dimostrato durante la pandemia – ma anche come competenza al servizio del Paese. I suoi prodotti sono presenti nel 95%  di tutti i manufatti di uso comune comprese applicazioni centrali per la transizione ecologica quali  le batterie e i pannelli solari. Il settore, di conseguenza, sostiene la competitività del Made in Italy, generando e difendendo numerosi posti di lavoro. La sfida ambientale è soprattutto una sfida tecnologica e competitiva. Grazie alle sue competenze e  alla collocazione a monte di numerose filiere, la chimica allontana i limiti dello sviluppo ottimizzando i processi  e utilizzando  sempre  meglio  le  risorse, minimizzando l’uso di quelle  più  preziose, riutilizzandole o sostituendole, valorizzando anche i rifiuti. La chimica già oggi è leader nella sostenibilità  ambientale: secondo l’ultimo Rapporto Greenitaly, infatti,  è  il  primo settore industriale per quota di imprese (60%)  che  investono in nuovi  prodotti e tecnologie a maggior  risparmio energetico  e/o  minor  impatto ambientale a beneficio di  tutto il sistema economico. Gli ambiti di sviluppo  sono  numerosi,  alcuni  dei  quali  beneficiano, in Italia, di competenze tecnologiche all’avanguardia. Basti pensare al riciclo chimico delle plastiche, alle biotecnologie, alla produzione di idrogeno low carbon o rinnovabile, alla progettazione circolare dei prodotti e alla chimica da rifiuti, allo sviluppo di tecnologie innovative per  l’efficienza energetica degli edifici, per la mobilità ecosostenibile, per la cattura, lo stoccaggio e il riutilizzo della CO2.

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